Maria Palliggiano nacque a Napoli nel 1933, morì a Napoli nel dicembre 1969. La sua vicenda durò dunque solo trentasei anni: un intervallo molto breve, soprattutto se paragonato all’attuale speranza di vita, che si calcola possa in media raggiungere e anche agevolmente superare i novanta.
Però, dal punto di vista dello spirito dei tempi si trattò di un periodo insolitamente ricco, carico di ebbrezze, sogni, speranze, mutamenti, nuove percezioni, aperture, violazioni e aperte trasgressioni. Difficilmente si potrà riconoscere altrettanto slancio nelle generazioni che sono venute in seguito. Ma anche altrettante rovinose cadute.
Maria Palliggiano partecipò come altri a questo clima singolare e irripetibile, ma diversamente da altri cadde e non si rialzò più. Al gesto di cancellazione della sua stessa vita fanno da corona molteplici atti di rimozione più riservati, benché non meno significativi.
Prima di morire la Palliggiano distrusse parecchie sue opere. Quelle sopravvissute devono la loro salvezza al fatto che si trovavano accatastate in uno studio fuori mano, lontano dall’abitazione dell’artista. Ad ogni modo, prima del gesto irreparabile, ella si mise d’impegno a stralciare la sua presenza dai cataloghi, il suo nome dalle lettere e cartoline, la sua immagine dalle fotografie di famiglia, di scuola o con gli amici, i suoi scritti dai quaderni e dai diari. Un’opera di autoestinzione che diviene immediatamente chiara se si considera la natura di questi oggetti della memoria.
Il controllo della fama implica un rapporto con la posterità. Ma il punto è che siamo abituati a considerare questo genere di rapporto come a un atto propositivo.
Per essere nella memoria dei posteri bisogna fare qualcosa, in parole, opere e… omissioni. Da sempre le famiglie agnatizie elevano tombe e mausolei, lasciano fondazioni o istituzioni legate al proprio nome, finanziano opere pubbliche, intraprese filantropiche o esplorative, e tutto al solo scopo di lasciare testimonianza di sé a coloro che verranno.
Siccome gli artisti non sono potenti (o almeno non lo erano) essi legano (legavano) la durata e il significato stesso della propria esistenza alle opere. L’arte innanzi tutto. L’artista non lavora, capolavora! Almeno a sentir D’Annunzio. Però, anche il contesto ha la sua importanza.
Spesso la vita di un artista incuriosisce quanto se non più delle sue opere: di chi fu amico? quante/quanti amanti ebbe? Quale fu il suo “santo” protettore? Quando e come ebbe il colpo di genio che gli svelò un nuovo stile? Senza dubbio l’aneddotica semplifica la vita dei biografi. Volete perseguitare uno studente? Infliggetegli la lettura di una monografia incentrata unicamente sull’opera di questo o quel poeta, filosofo, pittore o scienziato. La depressione è garantita!
Insomma, se la vita d’artista non contiene nulla di eccitante o misterioso, pazienza! Ma quale scrittore o sceneggiatore preferirebbe al sanguigno Caravaggio quella gatta morta del Beato Angelico?
Ad ogni modo, la ricerca della reputazione postuma scolpisce solo un lato della proverbiale medaglia. All’amore per la fama fa infatti da ovvio contrappeso la damnatio memoriae. In fondo, anche in questo frequente caso siamo in presenza di atti concreti. L’omissione richiede esercizio, impegno e perfino una buona dose di machiavellica intelligenza. I grandi conquistatori cancellano sistematicamente le tracce dei fasti dei visti, come si sa. Non è che siano cattivi. Semplicemente, devono farlo. Ne va della loro stessa legittimazione, parola che è sinonimo di “gara per la posterità”.
Ma se il gesto di spoliazione proviene dalla propria mano allora bisogna interrogarsi sul suo significato. Prima osservazione: si tratta davvero di un atto negativo? In fondo la negazione radicale ha la stessa forza dell’affermazione perentoria. Forse ne ha di più.
Riflettendoci, compiamo quotidianamente gesti di negazione, da quelli piccoli a quelli macroscopici. Uno dei più significativi, che ha molto a che fare con queste note, si sta diffondendo a macchia d’olio proprio a Napoli e dintorni. È il non-voto, eufemisticamente detto “astensione” (ai miei tempi ci si asteneva il venerdì…). Una forma estremizzata di non-voto è poi l’emigrazione. È come azzerare il proprio luogo di residenza o di origine. Lo si fa in silenzio, dapprima non partecipando all’agone, poi andandosene alla chetichella. Chi emigra cancella, cioè compie un atto positivo di cancellazione.
Ora, è il caso di collegare questo discorso sulla cancellazione al tema della commemorazione, motivo della mostra dedicata a Maria Palliggiano.
Da dove viene tutto questo desiderio di tenere in vita la memoria storica di una artista che è uscita di scena da quasi quaranta anni? E che peraltro la critica d’arte ha in sostanza bellamente ignorato? Bisogna proprio chiederselo, perché non è assolutamente un fatto consueto. Questo recupero della memoria che si sta coagulando spontaneamente intorno alla figura e all’opera di Maria Palliggiano esula da una valutazione dell’opera o del personaggio. Infatti, vi sono coinvolte persone che non hanno relazioni con quegli eventi e con quella figura, o che, al più, ne hanno di debolissime.
Inoltre, è necessario notare che quasi sempre i soggetti in questione appartengono all’universo femminile. A Napoli – come del resto altrove, ma qui con una valenza in più – esiste un complesso e stratificato milieu culturale composto da presenze femminili, venuto alla luce intorno agli anni ’50 e ‘60, maturato nei ’70 e ’80 e ora in procinto di passare il testimone alle figlie dell’avanzata postmodernità. Questa generazione d’assalto ha però subîto più che in altre regioni d’Italia l’avvilimento di una condizione non riconosciuta, anzi rifiutata. Va subito detto che un siffatto destino accomuna anche i coetanei di genere maschile che si affacciarono alla scena più o meno in quegli stessi anni. Ma è anche noto che ai maschi non è mai stata negata la mobilità, cosicché molti cercarono la propria fortuna altrove. In altre parole, votarono contro i propri luoghi d’origine, operando un processo di silenziosa cancellazione.
“Fujtevenne”, comandamento di defilippiana ascendenza, da mezzo secolo e oltre reclama un’obbedienza quasi talebana ai napoletani di ingegno.
Sarebbe di un qualche interesse curare un censimento degli emigrati campani illustri, o semplicemente di successo, o comunque ampiamente riconosciuti nel loro ambito professionale. Gente che in quegli anni mollò gli ormeggi partenopei. Giovani, come si diceva, di “belle speranze”, che se ne andarono in tempo per altri lidi, per altre spiagge. “Rinnegati”, che però trovarono altrove quello che in patria gli sarebbe stato sottratto. Probabilmente questa fantomatica lista rivelerebbe molte sorprese. A cominciare dalla sua impressionante lunghezza. I salvati versus i sommersi.
Appunto. Viene spontaneo chiedersi cosa ne sia stato e cosa oggi ne sia dei rimasti, ovvero dei sommersi. Ma qui inizierebbero le dolenti note, alle quali questo scritto non è dedicato. Anche fra i sommersi si instaura una gerarchia. La condizione di subalternità culturale, sociale, economica e politica della donna in quei decenni ha avuto a Napoli un’esemplarità difficilmente eguagliabile.
In che modo contrastarla? Molte hanno accettato il compromesso, la via di mezzo. Altre hanno gettato la spugna e altre ancora, le più coriacee, udita l’antifona all’offertorio, sono fuggite come Speedy Gonzales, trovando rifugi accoglienti a Milano, Roma, Parigi, Londra. Esse hanno cancellato di fatto e di diritto le proprie origini.
Per coloro che sono rimaste, forse le più appassionate, forse le più fragili, restava a disposizione un solo gesto di abrogazione, il più radicale possibile.
Dunque, la Palliggiano condivise il proprio destino con varie sue coetanee intellettuali o artiste partenopee. Basti ricordare la giornalista de “L’Unità” Francesca Spada, o la geniale scrittrice e pittrice Marisa Carcano. Studiando queste biografie (che guarda caso hanno risvegliato l’attenzione degli scrittori più che degli storici) si è colpiti dal parallelismo degli eventi, delle atmosfere, delle barriere di piombo sollevate dai soggetti sociali: famiglie, amici, colleghi, compagni di partito, istituzioni, società civile. Esistono parallelismi anche più vasti. Vite artistiche e intellettuali analoghe ma non locali furono quelle di Camille Claudel o di Dora Carrington. Quest’ultima, peraltro, ispirò un film di un certo successo internazionale. Esattamente quel che sta accadendo a Maria Palliggiano, che ha ispirato prima un libro e poi un film di prossima uscita.
E con ciò veniamo alla conclusione, che riguarda il ruolo che i morti hanno fra i vivi. Forte come la morte è l’amore, recita il Cantico dei cantici; ma si può chiosare aggiungendo che più forte ancora è l’amore per i morti. Chi ha una certa esperienza delle forme della vita religiosa riconosce nelle rappresentazioni rituali il vincolo che i viventi istaurano con l’aldilà. Per quanto la nostra civiltà ipertecnologica sembri in superficie “mondata” da questi meccanismi psichici ancestrali, nondimeno essa ne è permeata, forse anche più di un tempo. I morti, soprattutto se in vita hanno rivestito, perfino loro malgrado, panni paradigmatici, sono sovente destinati a inscenare un ruolo che non avrebbero mai immaginato in vita.
Lo studio dei riti di passaggio, intrapreso dal mai superato Arnold Van Gennep, mostra che alcuni defunti, in circostanze particolari, innescano nei sopravvissuti una serie di risposte emotive che si traducono in azioni rituali. Si producono così quei caratteristici riti di separazione, di transizione e poi di aggregazione che promuovono una sequenza di processi di identificazione. Un metodo tipicamente umano, ancorché tuttora oscuro, di disinnescare la pericolosità dei luoghi o delle presenze liminari. Poi subentra l’identificazione, sotto forma di reincorporazione simbolica. Ma questo ci porterebbe lontano.
Restiamo, piuttosto, a un prudente passo dal tema, che riguarda il tentativo collettivo di cancellare una cancellazione. Due negazioni affermano, si dice. Così in questa particolare vicenda. Esiste a Napoli una comunità di artisti, critici, scrittori, studiosi, registi, giornalisti che avverte nei frequenti gesti di autoestinzione i segnacoli di una ben più vasta autocancellazione: una volontà autodistruttiva che coinvolge l’intera comunità.
Ed è in questa consapevolezza che si misura la forza della facoltà della narrazione. Il narrare è un atto rituale, prima ancora che un’impresa carica di contenuti; preliminare alla costruzione dei riti di passaggio.
Intorno ad essi, poi, la comunità può a volte ritrovare un senso di appartenenza, senza il quale, letteralmente, il futuro non è che un baratro privo di fondo.
Riccardo Notte